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Proverbi surrealisti

Sono le parole a fare la realtà oppure è il contrario?

Sciaquare l'albero, rubare rondini, mettere mulini a cavallo, trovare un'ostrica in una perla, traforar merletti nelle aureole... Sono le parole a fare la realtà oppure è il contrario? Secondo Aristotele la relazione è il più debole dei nove accidenti della sostanza: se per lo Stagirita "accidente" indicava una determinazione o qualità che non appartiene all’essenza di un oggetto, nella visione 'patafisica (si scrive con l'apostrofo iniziale) delle cose, nella quale l'oggetto appartiene alla realtà non più di quanto la seconda appartenga al primo, il pensiero surrealista innaturalmente acquisisce l'"accidentale" tendenza a costruirsi una semantica originale, sonnambula, tiptologica e catartica. Ma, a differenza che nella logica tradizionale dove azioni e nozioni sono morfologicamente definite e cristallizzate in un rapporto univoco, in quella 'patafisica significante e significato si possono (o si debbono?) intercalare e interconnettere a seconda dell'agente, della causa efficiente, del momento o della necessità. Ecco allora riscoperti i processi profondi del pensiero, sdoganati, con il puro automatismo psichico, le inibizioni del flusso della coscienza irrazionale, riportate in superficie le più mitico-cavernose immagini della mente, coniugate le più intolleranti contrapposizioni di dicibile e indicibile. Iniettare il nulla nelle parole o, viceversa, le parole nel nulla: una dimensione nuova? Un universo parallelo? Un grado di realtà superiore? Di sicuro, una modalità d'espressione che, attraverso gli espedienti dell'assurdo, del non-sense e dell'ironia, assume forme di associazione vertiginose, diventando essa stessa "mezzo di liberazione totale dello spirito e di tutto ciò che gli assomiglia". Un adauce tentativo di scrollarsi di dosso quello che Cioran chiama "il demone della lucidità"?

"Proverbi surrealisti" di Paul Éluard e Benjamin Péret, Stampa Alternativa 2000.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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