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Parole

"Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno questa pagina porterebbe il tuo nome"

Antonia Pozzi, d’anni 26, morì suicida una sera del Dicembre 1938, sul prato davanti l'abbazia di Chiaravalle. Lasciò ai genitori, Roberto, importante avvocato milanese, e Lina Cavagna Sangiuliani, appartenente ad una nobile famiglia lombarda, un biglietto d’addio nel quale scriveva di una «disperazione mortale». La sua poesia, dalla quale trasse ispirazione fin dall’adolescenza, è lo specchio innocente e la struggente confessione di una vita velocemente attraversata da un’inesorabile inquietudine. La crisi di un’epoca destinata alla deriva si intrecciò poi con la sua tragedia personale: quell’ipersensibilità che intimamente la tormentava la costrinse, poi, nella solitudine d’una irraggiungibile ricerca della verità, ad incamminarsi su una via senza ritorno. Nelle sue poesie trasfigurò tutto quel silenzioso dolore che giorno dopo giorno la riduceva in un perduto ed estatico esilio interiore: questa sua lontananza dal mondo, la travolse, infine, in una estrema rinuncia. Le angosciate tematiche del Crepuscolarismo sull’infelicità e la strenua poetica dell’Ermetismo sull’oppressione dell’animo umano furono i soli vettori espressivi che seppero liberare la sua sofferta comunicazione. Un desiderio infinito di autenticità, immune da apparenze, convenzioni o regole, fu non già sua scelta capricciosa o elitaria, ma insopprimibile, trascendentale bisogno d’essere in piena conformità alla sua identità spirituale. Quella casta bellezza intravista nell’armonia della natura, nell’essenzialità dell’affetto, nel rifiuto del superfluo e dell’artificiale, nella sublime moralità che fu la sola compagna dell’imperscrutabile corso del suo ideale ascetico, sono forse quanto volle venisse ricordato di lei.

"Parole" di Antonia Pozzi, Liber Liber.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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