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Regno animale

L’uomo è soltanto quell’animale che si crede più nobile degli altri

Da una parte, la spietatezza della naturalità: cruda e impattante, in una tonalità disturbante fatta di dicotomie relazionali e di paradossi familiari immuni all’umanità che dovrebbe invece ispirarle; un’essenzialità che partorisce isolamento psicologico, assenza di ideali, regressione psicologica e valoriale. Un’ansia di libertà stressata da un senso di prigionia, solitudine, sfruttamento, inadeguatezza, disfacimento morale, morbosità, smarrimento etico, regressione morale. Dall’altra una costante e precisa ricerca filologica nell’uso di un realismo pittorico che insegue l’apodittico ritmo narrativo di un Marias (nella scena del funerale con il prete ubriaco che molesta il chierichetto).
Romanzo aschematico, violento, a tratti apocalittico. Forse un’eccessiva lontananza da qualsiasi canone stilistico tradizionale, un’originalità ascrivibile unicamente ad un modulo letterario che rivendica la totale indipendenza da ogni riferimento consolidato: una sintassi comunicativa volutamente provocatoria, spigolosa, traumatica. Evidentemente, la romanzistica francese post-Houellebecq non può fare a meno di moduli narrativi disorientanti, di paradigmi antropomorfizzanti l’inumano, di didascaliche dissacrazioni dei sentimenti, di iperboliche dissonanze tra opinione e realtà, di ricostruzioni metaforiche. È per questo che in Regno animale c’è una simbologia subliminale che, come in un ancestrale modello di serpente che si morde la coda, porta necessariamente alla conclusione che ricalca la premessa data dal titolo: il regno animale siamo noi. L’immagine del verro che riflette nella sua pupilla il fattore che si accorge di rispecchiarsi nella pupilla dell’animale cela quella dell’abituale incapacità a vedersi come realmente si è: l’uomo è soltanto quell’animale che si crede più nobile degli altri.

 

"Regno animale" di Jean-Baptiste Del Amo, Neri Pozza, 2017.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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