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Realtà sintetica

L'uomo ha proprio necessità di una realtà sintetica?

La risposta del supercomputer Pensiero Profondo circa la famosa "domanda fondamentale sulla Vita, l'Universo e Tutto Quanto" oggi potrebbe non essere più "42", bensì "473". Craig Venter, infatti, con la sua creazione Syn 3.0, è riuscito a dar vita al più semplice degli organismi viventi al momento conosciuti, dotandolo del genoma minimo capace di rendere una cellula vitale: 473 geni, appunto.
Quanto manca allora perché si possa arrivare alla replica seriale di quella singolarità nell'universo, capace di evolversi, dotata di una sorprendente facoltà cognitiva, di un lessico duttile e simbolico oltreché di una elevata adattabilità, chiamata homo sapiens? Forse non molto, ma sin d'ora potremmo stabilirne le condizioni necessarie e sufficienti: l'uomo è un essere tecnologico che sa concepire il tempo, gestire relazioni, porre in atto rivoluzioni sociali, dominare altre specie e colonizzare territori. In più l'uomo si ingegna a porsi domande e cercare soluzioni in un'ermeneutica speculativa improntata non solo alla comprensione del mondo ma anche allo sfruttamento di ogni potenzialità connessa all'interazione tra la sua esistenza e l'ambiente. È capace, cioè, di innovare in maniera esponenziale.
Ecco allora nuove forme di vita a beneficio dell'umanità: mettendo insieme pezzi di DNA e copiando le loro controparti naturali si arriva a guidare i processi biologici per assemblare un genoma complesso. Batteri che producono biocarburanti, altri che assorbono CO2, microrganismi che producono vaccini, cinque nuovi cromosomi sintetici del lievito. Materiali biologici ed organismi mai esistiti prima.
Ma l'uomo ha proprio necessità di una realtà sintetica? Dal punto di vista tecnologico, il limite di interdizione è stato inesorabilmente varcato da quando la realtà sintetica ha voluto diventare forza plasmante della natura. L'origine di ogni metamorfosi è stato un antico elemento-chiave, incipit di una inimmaginabile epopea: il possesso e il controllo del fuoco. Il momento in cui l'uomo è uscito dalla natura per entrare nella cultura: l'Antropocene, con l'inimmaginabile biunivocità della relazione cottura/cultura. In modo analogo, dopo l'avvento della IVM (la carne sintetica) il binomio naturale-artificiale non è più adeguato per descrivere la realtà. Due le principali implicazioni etiche del passaggio epocale: la prima, l'uomo è replicabile? La seconda, l'uomo manipolato sarà una conquista sociale o uno strumento tecnologico?
L'antropologia postumana e transumana cercano di rispondervi fissando dei principi-cardine, senza però sfuggire ad un'ambiguità di fondo: se l'uomo ha sempre più bisogno di pienezza e felicità, sempre più dovrà diventare un essere "malleabile". La sua capacità di sopravvivenza, cioè, sarà sempre più legata alla necessità di una sempre maggiore capacità di controllo di se stesso. Così il valore dell'uomo non sarà più la sua persona ma le informazioni contenute nel suo corpo. L'inarrestabile sviluppo delle tecnologie bio-sintetiche sembra far emergere l'incertezza di definirne un limite: la fusione corpo-macchina si limiterà alla struttura della singola cellula, oppure penserà alla vita come un prodotto industriale da realizzare secondo necessità? Se prima il confine naturale/artificiale lo aiutava a delineare una linea netta tra ciò che è lecito e illecito, con la creazione della realtà sintetica l'uomo adesso è probabilmente arrivato davanti alla scelta con la "s" maiuscola: creatura o demiurgo? Tanti gli indizi che orientano alla verosimiglianza della visione di Stewart Brand: We are as gods and might as well get good at it.

"Realtà sintetica" di Paolo Benanti, Castelvecchi, 2018.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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