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Nel vento

"Gli atleti vanno guardati correre in pista e basta, perchè è la loro arte compiuta che ammiriamo, non la loro vile umanità." Emiliano Gucci

Le teorie freudiane indicano come la trasposizione onirica del bisogno di correre costituisca un aspetto compensativo nella ricerca di benessere e felicità. Sensazioni queste che, quando non individuate nella coscienza, trovano libero sfogo e successivo equilibrio dinamico nella libido che inconsciamente si libera correndo nei sogni.
Emiliano Gucci (Donne e topi, 2004; Sto da cani, 2006; Un'inquilina particolare, 2008; Firenze carogna, 2009; L'umanità, 2010; Più del tuo mancarmi, 2014 ; Sui pedali tra i filari. Da Prato al Chianti e ritorno, 2015; ed altri.) è interprete del verismo inteso come semantica del quotidiano.

Molta simbologia nel suo suggestivo romanzo Nel vento, dove l'etereo mondo dell'atletica leggera, quello della velocità pura dei centometri piani, viene realisticamente scorticato di buona parte delle superfettazioni idealistico-emotive caricatevi dall' immaginario collettivo: astratte ed artificiali difese psicologiche da contrapporre genericamente alla realtà per dissimulare la sconvenienza dello sport quando questo cade tributario di un intransigente sistema d'affari corrotto, spietato, crudele. Immagini avvincenti quelle che ci regala l'autore quando del velocista ritrae la sacralità dell'allineamento ai blocchi di partenza, il plastico ritrarsi nella contrattura di una molla biologica caricata al massimo da muscoli rigonfi di adrenalina, la fulminea previsione mentale di possibili ordini d'arrivo calcolati tra formule statistico-matematiche ed empirico-scaramantiche, il rincorrersi di migliaia di pensieri nello spazio infinitesimale di un attimo, la spasmodica tensione che sale nel cervello a livelli insopportabili, il tentativo di estraniarsi spiritualnente dallo stadio urlante per alienarsi in un istantaneo nirvana nel quale il bang dello sparo che sta per scoppiargli nella testa, sia liberatorio, salvifico, definitivo.

La grande difficoltà a mettere in ordine le priorità della sua esistenza, quell'astigmatismo che - costringendolo tra illusione e consapevolezza - gli impedisce di mettere a fuoco il centro della sua visione del mondo, lo sdoppiamento finale nell'evocazione del fratello maggiore perduto, sono potenti allusioni che rimandano esplicitamente alle imprevedibile "normalità" della vita reale, a quella variabile routine esistenziale da costruire con , e nonostante, gli altri. Situazioni dove l'accidentale riflesso luminoso del braccialetto di un avversario e la conseguente impercettibile distrazione di un momento sono sufficienti per perdere la gara della vita.

La domanda posta da Gucci al suo velocista rimane allora inevasa: l'equilibrio instabile fornito dai blocchi di partenza - simbologia di quanto la vita consegna in dotazione d'uso ad ognuno - permette un correre verso o un fuggire da? L'atleta della nostra storia dà questa sola risposta, che ognuno potrebbe tranquillamente fare sua : "Non ho più niente da pensare. Sono un centomettrista, questa sola è la verità ".

 

Emiliano Gucci, Nel vento, Feltrinelli, 2013
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