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Cose che voglio dire alle mie figlie

Nella maternità si uniscono ragione e senso della vita. Essere madre appartiene al tempo: come somma, a volte felice a volte dolorosa, di tanti momenti della vita, unici ed irripetibili, ognuno cristallizzato in un istante; ma la maternità è oltre il tempo: essere madre è esserlo oltre la morte. Se è così, quando la morte si porta via una madre, ai figli cosa resta?

Nella maternità si compendiano ragione e senso della vita. Essere madre appartiene al tempo: come somma, a volte felice a volte dolorosa, di tanti momenti della vita, unici ed irripetibili, ognuno cristallizzato in un istante; ma la maternità è oltre il tempo: essere madre è esserlo oltre la morte. Se è così, quando la morte si porta via una madre, ai figli cosa resta? "Elaborare il lutto" significa riuscire a trasformare una relazione che prima era tangibile ma esterna a noi, in un qualcosa di spirituale che rimane - per sempre – dentro di noi. Quella corrispondenza che prima era la preoccupazione della madre per i figli e che sarà, dopo la sua morte, il desiderio dei figli di riaverla per ricambiarla dell'affetto è, sostanzialmente, una doppia dimensione dello stesso amore. In un qualche posto dove non ci sarà più nè passato nè futuro, ma solo un eterno presente senza ansia, senza sospetto, senza mistificazione, senza calcolo, questa corrispondenza tornerà perfettamente circolare.

Di tutto questo ci parla Elizabeth Noble, con il suo Cose che voglio dire alle mie figlie, dove una madre, Barbara, si rivolge alle quattro figlie attraverso lettere lasciate per ognuna di esse, da aprire dopo la sua morte. Conosciamo in tal modo, in una Inghilterra della fine degli anni ' 90, Jennifer, la più grande e Lisa, la seconda, Amanda, terz'ultima, nata da un'altra relazione, Hannah, la più giovane, nata dal matrimonio della madre con Mark, il compagno veramente amato. Ognuna di esse legata in un modo speciale alla madre, ognuna capace di una risposta diversa di fronte alle scelte che le tappe della vita propongono: Jen con un matrimonio da ricomporre, un orizzonte da mettere urgentemente a fuoco e una grande paura da vincere; Lisa con un'affettività scombinata, un rapporto con l'uomo che la ama devastato dai tradimenti di lei, ma con una sincerità che la salverà; Amanda, ribelle, tenera e forte, in fuga da tutto, da tutti e da sè stessa, alla ricerca di un Io e di un Tu che possano comunicare; Hannah, ieri bambina, oggi, all'improvviso, alle prese con le dinamiche proprie dell''adolescenza.

Ma qual'è la chiave di lettura di questo romanzo? Un diario? Probabilmente no, o almeno, non solo questo. Non si spiegherebbero, altrimenti, gli avvenimenti accaduti dopo la morte di Barbara che non avrebbe potuto prefigurare; gli incidenti occorsi nelle relazioni tra le figlie; il senso dell'ineluttabilità dell'accadere delle cose; il tratteggio, intuitivo ma ben restituito, della personalità di altri, pur importanti, interpreti della vicenda. Il modello interpretativo sembra essere, piuttosto, quello del "manuale". Mentre nella finzione del romanzo Barbara continua a parlare alle figlie attraverso le persone che si fanno loro vicine, nella realtà, quando il percorso da seguire non è ancora così ben chiaro, Elizabeth Noble sembra voler avvertire le figlie, tutte le figlie: "Attenzione, questo è quanto può capitare". Sta a voi. Ma anche se prenderete schiaffi dalla vita, anche se dovrete misurarvi con ambiguità, lusinghe, seduzioni e passioni, non abbiate paura. Abbiamo fiducia in voi. Sarete capaci di distinguere. Avete imparato che cosa sono dovere e responsabilità e adesso sapete riflettere su fragilità, difetti e debolezze . Per questo potrete vincere la vostra battaglia con il destino.

Cose che voglio dire alle mie figlie di Elizabeth Noble, Corbaccio, 2009
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Davide - bibliotecario
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